Cosa c'è "dentro" al Palio
Molti, chiamiamoli così, “forestieri”,
si chiedono cosa ci sia "dietro" al Palio; ecco, in realtà io direi cosa c’è "dentro"
ad esso. Non è facile dirlo!
Dentro al Palio c’è il motto “per forza e per amore”.
Molti sostengono di conoscere Siena avendo visto una volta il Palio.
Una volta.
Noi, però, sappiamo che il Palio è sempre uguale e sempre diverso, è così… sembra un paradosso. E’ rituale, è tradizione ferrea, ma è sempre diverso.
Ogni volta.
Quando “dalla Torre del Mangia cade un suono di bronzo”, come ha scritto Montale, è un suono che entra nella bocca dello stomaco e fa male.
Il cuore di tutti noi entra in “sospensione”.
Manca poco, ma in realtà tanto. E proprio questo ossimoro rende i nostri volti sempre più severi.
Di Palio siamo in tanti a scrivere ed ogni tanto mi chiedo a cosa serva “descrivere” qualcosa che per gli altri, per i “non senesi”, rimarrà comunque non del tutto comprensibile, mentre per i contradaioli è già tutto scritto nell’ “anima”.
Forse sarà inutile, ma mi emoziono sempre a scrivere di Siena e di Palio, soprattutto quando sono lontana e non posso farmi cullare dall’abbraccio infinito e materno di Piazza del Campo. Mi piace soprattutto scoprire quanto ogni volta mi “innamori” in maniera più intensa, più consapevole di Siena, del Palio.
Come ha detto Frajese per il Palio non serve né televisione nè fotografia, anche se tutto viene riguardato innumerevoli volte dai senesi.
Al termine della corsa, mentre l’urlo infinito della piazza continua imperterrito, “ogni contradaiolo ha visto un suo palio, che unito a quello visto da altri, pezzetto dopo pezzetto, come in un mosaico contribuisce a stampare quel palio in un ricordo indelebile e così la cronaca diventa storia, leggenda, diventa mito”.
Il 2 luglio 1993 vinsi il mio primo palio, avevo 9 anni.
Barabba e il Pesse avevano raggiunto il bandierino per primi con il colori del Leocorno. Quel Palio fu per noi una sorpresa.
Ricordo che non sapevo se ridere o piangere, gli sguardi di tutte le persone che mi erano accanto, compresa quella del mio babbo Roberto, erano talmente sconvolti, pieni di lacrime e sorrisi che non sapevo cosa stesse succedendo.
Era un vortice.
I fazzoletti andavano in cielo insieme alle grida.
E poi la corsa infinita di abbracci, lacrime; ricordo ancora adesso il rossore che vedevo nei volti e se mi giro un attimo mi sembra di vedere il babbo che bacia Barabba al collo.
Fino ad allora, sapevo che si correva per vincere, ma non avendo mai vinto, non sapevo cosa avrei visto davvero.
Quel giorno capii che “vincere il palio” a Siena è tutto, è anche un po’ una rivincita nei confronti di tutti i “rospi” ingoiati durante tutto l’anno, rigenera l’animo. Si, perché poi quella determinata data, diventa un “anniversario” indelebile.
Per esempio io ricordo ancora la vacanza a Castiglione della Pescaia “prima” del fatidico Palio accompagnata dal borbottio di babbo Roberto che su Barabba proprio non ci credeva, e poi ricordo tutto quello che è successo “dopo” il 2 luglio 1993.
E’ una data che scandisce la vita, c’è il prima ed il dopo.
E lo è per tutti quelli che si trovano a vincere il Palio.
In quel lasso di tempo tra il prima ed il dopo, quel popolo, la cui sorte è stata favorevole, è in festa e con orgoglio, con gioia, alza le braccia al cielo e tra il Te Deum di ringraziamento alla Madonna e i canti di contrada, tra sacro e profano, si trova a “vivere”, per davvero.
Per forza e per amore.
Chiara Lenzini