Le critiche, più o meno severe, ai cenci del passato, ed il "precedente" dello straordinario del 1961
“E’ un opera d’arte moderna ma non rispetta i caratteri della cultura mariana e per questo benedico la città ma non il drappellone, perché la benedizione è riservata alle immagini religiose”. Con queste parole Mons. Buoncristiani ha manifestato la volontà di non impartire la sua benedizione al cencio di Charles Szymkowicz, smentendo, in parte, le parole da lui pronunciate nel luglio 2010 a seguito delle contestazioni suscitate dal Palio multiculturale di Ali Hassoun, e così facendo ha posto in essere un unicum nella plurisecolare storia della nostra festa.

Il cencio dell’agosto 2018 resterà quindi nella memoria come il Palio non benedetto, così come il drappellone dello straordinario del 4 giugno 1961, rinviato poi al 5 causa maltempo, è passato alla storia come il “Palio ateo”. Fu un Palio, l’ultimo fino ad oggi ad essere stato corso in giugno, iniziato con tante polemiche circa la dedica: il consiglio comunale si spaccò tra chi voleva ricordare il centenario dell’Unità italiana e chi voleva celebrare, in settembre, la ricorrenza del gemellaggio con Avignone. Alla fine prevalse la dedica patriottica, ed il Palio fu organizzato, cosa oggi improponibile, in pochi giorni: il 21 maggio furono estratte le contrade, il 1° giugno ci fu la tratta. In questa corsa contro il tempo, in Comune si dimenticarono una delle cose più importanti e cioè l’individuazione della chiesa ove portare il drappellone per la benedizione, e così il cencio “tricolore” di Ezio Pollai non fu mai benedetto, da qui l’appellativo di ateo. Ed anche nel dopo corsa, i nicchiaioli che festeggiavano la vittoria di Uberta e Vittorino, non sapendo dove andare a cantare il Te Deum, tornarono nel rione e solo il giorno seguente, la comparsa con tutto il popolo provvidero ad omaggiare la Vergine recandosi nella cripta di San Domenico.
Davide Donnini