Fatti e retroscena del poco pacifico straordinario della Pace.
Sul Palio del 20 agosto 1945, meglio noto come Palio della Pace, si è ormai scritto e detto molto. Oggi nel raccontare quella turbolenta carriera, ci soffermeremo maggiormente sugli avvenimenti precedenti e successivi la corsa che videro protagonisti gli amministratori, il mossiere e molti comuni contradaioli che, con le loro gesta, in alcuni casi un po’ troppo sopra le righe, contribuirono a rendere memorabile quello straordinario.
Il 15 agosto 1945, la resa del Giappone mise definitivamente fine al secondo conflitto mondiale ed a Siena fu proposto dalle contrade quasi all’unanimità (contrari solo Bruco ed Istrice), per mezzo dei rispettivi priori, di festeggiare l’evento con la disputa di uno straordinario. Ma la voglia di Palio dei senesi era così tanta che nessuno voleva attendere settembre: il Palio della Pace doveva svolgersi subito, una volta concluso quello dell’Assunta.

La dirigenza del Bruco, a secco dal 1922, provò ad accomodare il Palio, promettendo cospicue somme a tutti i fantini in caso di vittoria. Ma tra di loro ce ne era uno, il giovane Gioacchino Calabrò, studente universitario di giurisprudenza, che per la sua avvenenza fu ribattezzato Rubacuori, che non era interessato ai quattrini, ma cercava solo la gloria nel Campo. Con il Drago, il Bruco strinse il patto del nerbo legato: solo se l’Arzilli avesse violato tale accordo nerbando Rubacuori, quest’ultimo poteva ritenersi libero di “tirare a vincere”. E così fu. Rubacuori pur non superando mai il Bruco lo incalzò così tanto da indurre il suo fantino ad usare il nerbo sull’avversario per difendere la sua posizione. Rotto dunque l’accordo, Rubacuori sfruttò la maggiore velocità di Folco per conquistare la testa ed andare a vincere tra l’incredulità generale, mentre la corsa di Mughetto, che nel frattempo si era infortunato, si interruppe andando a dritto all’ultimo San Martino. In precedenza era accaduto un altro episodio epico: si narra infatti che, nell’imminenza del Palio, il mossiere Lorenzo Pini fosse stato minacciato dai brucaioli e ciò incise sul suo operato. Egli infatti annullò le prime due mosse, nelle quali la Tartuca era sempre partita prima ed il Bruco era rimasto fermo. Il secondo annullamento provocò la forte reazione dei tartuchini che invasero la pista e portarono via da Piazza Elis, nascondendolo dentro il Palazzo Berlinghieri per paura che fosse ritrovato. Nel frattempo il popolare Silvio Gigli salì sul verrocchio colpendo il malcapitato mossiere. Anche le comparse delle alleate Oca ed Onda, assieme ad alcuni figuranti della Giraffa, solidali con la protesta della Tartuca, abbandonarono il Campo.
Ciò che accadde nel dopo Palio è noto a tutti: Rubacuori sfuggì al linciaggio rifugiandosi nell’Entrone, il cencio, che Dino Rofi non aveva nemmeno ultimato visto il poco tempo a disposizione, come si può vedere nella foto in alto, fu agguantato dai brucaioli e ridotto a brandelli (particolarmente attive in questo frangente le donne di Via del Comune), e l’asta portata via come un trofeo. Quando gli animi si placarono, il Comune ordinò al Bruco di far ridipingere il drappellone a proprie spese, e questo fu consegnato al Drago nel corso di una solenne cerimonia alla quale parteciparono tutte le contrade. Pochi giorni dopo, la giustizia paliesca mise la parola fine sul Palio della Pace, sanzionando pesantemente il Bruco (2 anni di squalifica) e la Tartuca (1 anno di sospensione), oltre alle ammonizioni per Oca e d Onda. Ma nella primavera 1946, il neo eletto Sindaco Bocci condonò le sanzioni per Bruco e Tartuca “per consentire il raggiungimento di una pacificazione degli animi in prossimità delle ricorrenze paliesche e per non offrire alcun pretesto che potesse dar luogo a nuovi incidenti”.
Davide Donnini