La Torre torna al successo poco prima dello scoppio della guerra.
Per il periodo natalizio interrompiamo momentaneamente la nostra analisi sul regolamento del Palio, che riprenderemo a gennaio, per illustrare due carriere che sono da annoverare di diritto nella leggenda della nostra festa: il “Palio del Mendìa” che racconteremo oggi, ed il “Palio della Pace”, del quale ci occuperemo la prossima settimana.
Quando si parla di palii “fatti a tavolino”, non si può certamente non menzionare quello del 16 agosto 1939, l’ultimo disputato prima della lunga pausa causata dalla guerra che di lì a poco avrà inizio (il 1°settembre la Germania invaderà la Polonia dando il via alle ostilità; l’Italia che in un primo momento si dichiarò neutrale, vi entrò dal 10 giugno 1940). La Torre non vinceva dal 1910 quando conquistò lo straordinario della Stampa Francese, e nelle carriere degli anni ’30 fu spesso beffata quando il successo sembrava ormai vicino. Si era così sparsa la convinzione che il lungo digiuno non fosse causato soltanto dalla malasorte, ma anche da forti fattori esterni: c’era infatti chi sosteneva che, in piena epoca fascista, la contrada “rossa” di Salicotto non fosse vista di buon’occhio dal regime.

I timori degli ocaioli erano giustificati, infatti, la sera precedente la carriera, il funzionario della questura Donato Mendìa (e da lui deriva quindi la denominazione palio del Mendìa), indisse una riunione alla presenza dei fantini e dei capitani, durante la quale fu comunicata la volontà (o forse l’ordine) di far vincere la Torre. Tutti i fantini, compreso il Meloncino che vestiva il giubbetto di Fontebranda, erano d’accordo. Unica voce fuori dal coro fu quella di Bubbolino della Civetta che, montando Ruello, puntava forte alla vittoria e non intendeva favorire nessuno. Ma Bubbolino non arrivò neppure al Palio, in quanto venne squalificato immediatamente dopo la provaccia con la clamorosa scusa di aver bestemmiato alla mossa, così la Civetta dovette ripiegare sul modesto Bovino. Tra proteste e minacce di non correre da parte di certe contrade, rapidamente rientrate, l’ordine al canape per la carriera fu il seguente: Drago (Girardengo III ed Amaranto), Civetta (Ruello e Bovino), Aquila (Aquilino e Cittino), Torre (Giacchino e Ganascia), Bruco (Argo II e Donatino), Pantera (Gina e Smeriglio), Selva (Folco e Tripolino), Onda (Falco e Napoletano), Oca (Masina e Meloncino), e di rincorsa la Lupa (Ero e Biondo). Dopo alcune mosse false, nelle quali la Torre rimase sempre attardata, quella valida vide lo scatto prepotente di Giacchino e Ganascia che condussero senza intoppi i tre giri, mentre nelle retrovie la rimonta veemente di Tripolino nella Selva, che dopo quella carriera prese la cuffia, si interruppe sotto le nerbate di Cittino e di Bovino. Ma la gioia dei torraioli fu breve; la guerra era ormai imminente ed anche i festeggiamenti della tanto attesa vittoria furono rinviati al 1945.
Davide Donnini
Foto www.ilpalio.org