STORIA DEL PALIO: MISCELLANEA PALIESCA DI INIZIO '900
News inserita il 26-01-2017
Aneddoti e fatti curiosi dei primi anni del XX secolo.

Nel 1906 tali Giannetti e Bruttini, avanzarono al Prefetto una proposta bizzarra ed innovativa per l’epoca, assolutamente inconcepibile ai nostri giorni: installare un totalizzatore in Piazza per la carriera del 2 luglio. Il Prefetto interpellò la Giunta comunale che respinse categoricamente la proposta ritenendo che “il Palio per se stesso, per la sua natura e per la sua tradizione è causa di rivalità non lievi, quindi non è punto opportuno introdurre col totalizzatore un altro elemento di contrasto e lotta”. Oggi è l’articolo 8 del regolamento del Palio che vieta la promozione di lotterie o concorsi sulla nostra festa anche se, da qualche anno a questa parte, si riscontra la tendenza, certamente non apprezzata dai senesi, di certi siti di scommessa esteri, di esibire le quote nei giorni precedenti la carriera. Ma nella storia c’è addirittura chi andò oltre. Il 19 agosto 1910 Quirino Billand, concessionario delle attrazioni dell’Esposizione Internazionale che si sarebbe tenuta a Roma l’anno successivo, chiese l’autorizzazione di disputare un Palio con le contrade senesi nella Capitale in occasione del grande evento. Il Comune ovviamente diede risposta negativa, ma Billand non era uomo che si arrendeva facilmente, così offrì alla città di Siena una grossa contropartita in danaro sostenendo come “quantunque la bella Siena possa vantare la floridezza delle sue condizioni economiche, la mia offerta potrebbe arrecare alle classi disagiate non lievi benefici”. Ma anche in questo caso il rifiuto fu netto, allora partì alla carica la Società di mutua assistenza fra i senesi residenti a Roma che chiese a gran voce il “palio capitolino”, ma anche quest’ultima richiesta fu fermamente respinta. Il Magistrato delle Contrade volle però garantire la presenza di una rappresentanza contradaiola inviando i paggi maggiori delle contrade alla cerimonia di apertura del padiglione toscano.
Nei primi anni del ‘900, quando il masgalano era ancora lontano dall’essere introdotto, il corteo storico viveva un momento assai critico dal punto di vista dell’ordine e dell’eleganza. I figuranti non sempre si comportavano in modo ortodosso e vederli parlare con il pubblico o addirittura prendere da bere dai palchi era cosa abituale. Anche le sbandierate degli alfieri non erano omogenee, facendo risultare così il corteo scollegato e poco ordinato. Per porre un rimedio a tutto ciò, il Magistrato delle Contrade nel luglio 1911 stabilì che “gli alfieri delle contrade che prendono parte al corteo debbono mantenere portamento dinitosamente eretto e limitare il giuoco delle bandiere attorno al capo e al torso, proibendone l’abbassamento al di sotto della vita”.
Oggi, vestirsi con la montura della propria contrada per la passeggiata storica è privilegio di pochi ma soprattutto motivo di vanto e orgoglio da ricordare per tutta la vita. Una volta, “entrare in Piazza” era anche un modo per far quattrini in un periodo in cui i soldi non abbondavano certamente: il 19 giugno 1919 infatti, il Magistrato delle Contrrade creò un tariffario per i monturati. I compensi per i figuranti erano di 10 lire per il tamburino ed il primo alfiere, 8 lire per il duce, 2 lire per tutti i paggi. La domanda, come diceva tempo fa un noto conduttore televisivo, a questo punto nasce spontanea: ed al secondo alfiere?
Davide Donnini
Foto tratta da www.ilpalio.org
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