GRICCIOLI E LA MENS SANA, UNA "MALATTIA" DI FAMIGLIA
News inserita il 22-07-2016
Aneddoti e curiosità dal passato del nuovo coach biancoverde, tornato in viale Sclavo dopo le esperienze di Scafati, Casale e Capo d'Orlando.

"Ho
l’impressione che la mia nascita sia alquanto posteriore alla mia residenza
qui. Risiedevo già qui, e poi vi sono nato". Si devono a Leonardo
Sciascia traduzione e adattamento di quella che, senza dubbio, risulta la
frase-simbolo di Jorge Luis Borges nel descrivere l’attaccamento alle proprie
radici argentine, più ancora ai barriosed alle calles di Buenos Aires.
C’è
molto di borgesiano nel ritorno di Giulio Griccioli sulla panchina della Mens
Sana. Sì, perché lasciando da parte le tante storie sul suo essere contradaiolo
(un articolo non basterebbe, forse neppure una raccolta), la Mens Sana e il suo
nuovo allenatore si conoscono, e frequentano, da qualcosa in più dei 44 anni
scritti sulla carta d’identità di Griccioli. Era in pancia di mamma Giovanna,
Giulio, quando babbo Silvio (senese di quelli a denominazione origine
controllata, scomparso qualche anno fa dopo aver vinto un Palio da mangino ed
aver fatto anche il priore) se ne stava aggrappato ai tubi innocenti del
palazzetto vecchio, mai mascherando quella miscela di competenza del gioco e
passione, a volte trascendente, per il biancoverde che lo rendevano un tifoso
storico, da sempre. Lo sapeva bene, uno fra i tanti, il maestro Dido Guerrieri,
che quando negli anni Ottanta veniva a Siena scrutava il pubblico per scorgere
dove se ne stava quel signore con i capelli rossicci e gli occhiali cerchiati
che gli aveva fatto perdere una partita già vinta, sulla panchina di Vigevano,
trascinando d’impeto un’intera tribuna per far “smettere di arbitrare” i due in
grigio: Mens Sana sotto 76-82 a poco più di un minuto dalla sirena (non c’era
ancora il tiro da 3 punti), Mens Sana sopra 84-82 alla fine. Guerrieri incartò
e portò a casa, prendendola con filosofia come suo costume, ma il ricordo di
quella pazzesca serata lo inseguì a lungo.
Buon
sangue non mente. Le domeniche di Giulio Griccioli da ragazzino trascorrono
spesso sui gradoni di viale Sclavo, tifando ma pure osservando con attenzione
quello sport che, esaurita qualche vaga velleità da giocatore, diverrà per lui
col passare degli anni un mestiere. Nei primi Novanta gioisce (foto, vedi
sopra, e filmati dell’epoca lo mostrano raggiante con la sciarpa al collo) per
le due promozioni consecutive dell’era-Lombardi, qualche anno dopo lo
ritroviamo allenatore delle giovanili biancoverdi e, col passare del tempo,
componente dello staff anche in prima squadra. Si fa le ossa, dentro e fuori dal
parquet: durante una vigilia di Coppa Korac gli capita anche di travestirsi da
custode del palasport (con tanto di tuta da operaio) per sbirciare i turchi del
Tuborg Izmir che pretendevano di allenarsi a porte chiuse, ma soprattutto
osserva Pianigiani e “ruba” qualche segreto ai tanti allenatori “forestieri”
chiamati sulla panca senese. Di pari passo, influisce sulla crescita dei vari
Rossetti, Datome, Lechthaler, Vitali, D’Ercole, tutti giovani passati dalle sue
mani nel momento in cui il settore giovanile della Mens Sana diventa il più
forte d’Italia. Lui, Griccioli, vince però il suo primo titolo con una squadra
tutt’altro che irresistibile: a Martina Franca, nel 2005, batte Varese sul filo
di lana grazie ai muscoli ed ai gomiti di Duccio Benincasa (narra la leggenda
che la pattuglia senese, ci sono anche Papi, Bianchi, Doretti ed altri, sia
arrivata al palazzetto bella carica, ascoltando in pulmino a tutto volume la
Marcia del Palio) e trovando in Micevic e Barozzi gli eroi di una giornata
irripetibile. Suona la sirena, Griccioli invade il parquet e si inginocchia,
solitario, nella metà campo opposta a quella dove festeggiano i suoi: estasiato
e incredulo al tempo stesso, rimane in quella posa per attimi infiniti sotto
l'opprimente cappa di caldo e umidità del giugno pugliese. Tutto intorno è un
pullulare di t-shirts sudate e stropicciate, la sua fedele (immancabile)
camicia d'ordinanza rimane invece ancora una volta intonsa, pulita e stirata
come se appena tolta dall'armadio. Perché anche la forma è sostanza, del resto Giulio
da piccolo sognava di fare il diplomatico.
Vince
altri due scudetti giovanili, poi sceglie di camminare con le proprie gambe su
strade lontane da quelle di casa. Lo chiama il vulcanico Nello Longobardi,
patron di Scafati, col quale sboccia un feeling che altri allenatori, ben più
esperti, non sono riusciti a creare: Griccioli resta al timone del quintetto
campano ininterrottamente per 71 partite, un record nella storia del club, e in
quei due anni rende il PalaMangano un fortino inespugnabile (31v 4p), guadagnandosi
il titolo di miglior allenatore della LegaDue nel 2011 oltre a sfiorare la
serie A nella primavera successiva. Un ottimo biglietto da visita che gli
consente di risalire la Penisola e consolidarsi sulla panchina di Casale Monferrato
nei due anni a venire per poi ritrovarsi, siamo già nel 2014, nel massimo
campionato con la matricola Capo d’Orlando: c’è lo zampino della Mens Sana
anche stavolta, perché i siciliani sono promossi d’ufficio in A dopo il crac
della società biancoverde, un “assist” che intimamente non lo rende felice ma che
Griccioli sfrutta a dovere, salvando l’Upea con quattro giornate di anticipo e
mandando in paradiso una piccola comunità di neppure 15 mila abitanti.
Il
resto è storia recente, con l’esonero del dicembre scorso che rappresenta una “miccia”
da accendere, oggi, per se stesso e ancor più per l’ambiente nel quale torna a
lavorare dopo sei anni. Del resto, sono parole di Griccioli, “c’è un fuoco che caratterizza tutti coloro
che amano la Mens Sana, sono stato attratto da questa passione e non mi sono
potuto tirare indietro”.
Matteo Tasso
(foto tratte dal profilo fb di Mens
Sana Basket 1871 e dal volume “A come Mens Sana”)
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