L’ex allenatore biancoverde conosce da sempre il successore di Binella: “Amico fraterno, l’ho sentito entusiasta di venire a Siena”
Paolo Betti arriva sulla panchina della Mens Sana da Castelfiorentino, seguendo un percorso compiuto molti anni fa (era il 2006) da un predecessore illustre, che di nome fa Alessandro Magro.
Sono entrambi castellani e entrambi nati nel 1982 “Ma c’è molto di più della provenienza e dell’età – interviene Magro, attuale coach di Brescia e c.t. dell’Italia Under 20, per otto anni nello staff della grande Mens Sana, fino al triste epilogo del 2014 -, Paolo per me è soprattutto un amico, un amico fraterno”.
Iniziamo dall’aspetto umano, prima di parlare di quello cestistico?
“Ci conosciamo da quando eravamo ragazzini, furono lui e a suo babbo Nedo, fondatore e padre della pallacanestro castellana, a farmi innamorare del basket dopo un lungo tira e molla dato che non ero molto convinto di avvicinarmi a questo sport. Assieme abbiamo fatto tutta la trafila delle giovanili dell’Abc, io ero il suo cambio nel ruolo di playmaker”.
Chi è, invece, il nuovo allenatore della Mens Sana?
“Un coach con alle spalle una carriera importante, perché ha fatto molto bene in C Gold alla guida dell’Abc: parliamo di una società storica, radicata sul territorio e da sempre competitiva nel panorama delle minors, insomma non è propriamente la panchina più comoda che esista.

La distanza tra Brescia e Castelfiorentino, in termini di chilometri e di categoria, non sembra avervi allontanato troppo…
“Ci sentiamo spesso, quando a fine stagione torno a Castelfiorentino dedichiamo sempre una serata a noi stessi. È una serata tra amici, ma soprattutto tra due persone che si confrontano e si aggiornano sulle rispettive idee cestistiche: ogni anno mando a Paolo il materiale che produco durante l’anno”.
Vi siete parlati prima del suo “sì” alla Mens Sana?
“Ci siamo sentiti, con lui ma anche con Caliani, nel momento in cui si è paventata questa possibilità, era molto entusiasta di andare a lavorare in un club importante come la Mens Sana. Non è questione di categoria, la Mens Sana rimane la Mens Sana: lo dimostrano le presenze al palasport, c’è un fuoco che cova sotto la cenere e che è pronto a riaccendersi e Paolo, lo dico non da amico ma da persona di basket, ha conoscenze e capacità tecniche, ma soprattutto umane, per fare molto bene alla Mens Sana”.
Un suo amico fraterno che guida quella che lei, a distanza di tanti anni, continua a definire sempre la sua Mens Sana. Che effetto le fa?
“È tutto molto bello e particolare, parliamo di una persona alla quale sono legatissimo e della società senza la quale non sarei mai arrivato dove sono oggi. Spendo sempre parole al miele per la Mens Sana, è parte di me, le auguro di risalire il prima possibile a calcare palcoscenici importanti: il pensiero che tutto questo possa avvenire con in panchina un amico fraterno mi rende doppiamente tifoso mensanino”.
Come sono andati gli Europei alla guida degli Azzurrini?
“È stato un mese impegnativo, per chi come me lavora contemporaneamente anche per preparare la stagione con il club sono sempre momenti molto intensi, ma l’Azzurro ti dà sempre e solo belle sensazioni. Lavorare con i ragazzi è sempre bello e stimolante, sembra di tornare indietro nel tempo, a quando allenavo le giovanili della Mens Sana: abbiamo costruito, sin dalle convocazioni, un gruppo con una marcata identità difensiva e il torneo ha confermato questa attitudine dato che siamo stati fra le prime tre migliori difese del campionato, in attacco però avevamo qualche limite e questo alla fine è venuto a galla. E comunque c’è l’aspetto, importante, di vedere giocatori, di aggiornarsi, di parlare con tanti addetti ai lavori, anche di ritrovare qualche vecchio amico che a Siena ha fatto la storia”.
Di chi stiamo parlando?
“L’Europeo si disputava a Heraklion, e da quelle parti vive Nikos Zisis. L’ho rivisto e salutato con piacere dopo molti anni, era in tribuna a vedere le partite della Grecia”.
Nono posto finale per l'Italia, bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto?
“La formula è particolare, il girone eliminatorio ti fa disputare tre partite ma paradossalmente è la quarta a decidere se vai a giocare per i primi otto posti o se vieni indirizzato tra il nono e il sedicesimo. Abbiamo affrontato Turchia, Belgio e Israele, contro la quale abbiamo vinto, nazionali che alla fine sono arrivate rispettivamente settima, quarta e seconda, poi abbiamo perso di tre punti con la Serbia e questo ci ha portato a giocare per il nono posto. Alla fine rimane la soddisfazione di aver battuto la Spagna nella finale 9°-10° posto, Spagna che era campione uscente: a dimostrazione di ciò che dicevo, gli iberici avevano fatto 3-0 nel girone ma hanno perso contro Israele la quarta partita e sono rimasti fuori, arrivando decimi, pur essendo assieme alla Francia campione la squadra più forte del torneo”.
Pronto per ripartire alla guida di Brescia?
“Mi godo per qualche giorno la mia famiglia, mia moglie e mia figlia Emma che tra non molto compirà dieci anni ed è in un’età di costante crescita e cambiamenti. Però, sì, il lavoro per Brescia va avanti con grande passione ed entusiasmo: quando due anni fa sono arrivato sulla panchina della Leonessa, la promessa fatta a Mauro Ferrari era esportare altrove ciò che avevo imparato negli anni di Siena, ribadendo a chi diceva che Siena non esisteva più che, invece, Siena è stata e rimane un modello di lavoro e di metodo. Il primo anno abbiamo battuto tutti i record societari, il secondo abbiamo vinto la Coppa Italia che per una realtà come Brescia e in un contesto caratterizzato da questa Milano e questa Bologna è come aver vinto lo scudetto. Qualche episodio sfortunato e gli infortuni ci hanno impedito di arrivare ai playoff, ma la proprietà ha deciso di continuare a investire per crescere e sta allestendo una squadra importante: puntiamo a far bene in Italia e a tornare in Europa nella stagione '24/'25, il fascino delle competizioni europee e la crescita che queste possono garantire ai giocatori e alla società, a Siena, lo conoscete, anzi lo conosciamo bene”.
Matteo Tasso