Aneddoti e curiosità dal passato del nuovo coach biancoverde, tornato in viale Sclavo dopo le esperienze di Scafati, Casale e Capo d'Orlando.
"Ho l’impressione che la mia nascita sia alquanto posteriore alla mia residenza qui. Risiedevo già qui, e poi vi sono nato". Si devono a Leonardo Sciascia traduzione e adattamento di quella che, senza dubbio, risulta la frase-simbolo di Jorge Luis Borges nel descrivere l’attaccamento alle proprie radici argentine, più ancora ai barriosed alle calles di Buenos Aires.
C’è molto di borgesiano nel ritorno di Giulio Griccioli sulla panchina della Mens Sana. Sì, perché lasciando da parte le tante storie sul suo essere contradaiolo (un articolo non basterebbe, forse neppure una raccolta), la Mens Sana e il suo nuovo allenatore si conoscono, e frequentano, da qualcosa in più dei 44 anni scritti sulla carta d’identità di Griccioli.

Buon sangue non mente. Le domeniche di Giulio Griccioli da ragazzino trascorrono spesso sui gradoni di viale Sclavo, tifando ma pure osservando con attenzione quello sport che, esaurita qualche vaga velleità da giocatore, diverrà per lui col passare degli anni un mestiere. Nei primi Novanta gioisce (foto, vedi sopra, e filmati dell’epoca lo mostrano raggiante con la sciarpa al collo) per le due promozioni consecutive dell’era-Lombardi, qualche anno dopo lo ritroviamo allenatore delle giovanili biancoverdi e, col passare del tempo, componente dello staff anche in prima squadra. Si fa le ossa, dentro e fuori dal parquet: durante una vigilia di Coppa Korac gli capita anche di travestirsi da custode del palasport (con tanto di tuta da operaio) per sbirciare i turchi del Tuborg Izmir che pretendevano di allenarsi a porte chiuse, ma soprattutto osserva Pianigiani e “ruba” qualche segreto ai tanti allenatori “forestieri” chiamati sulla panca senese. Di pari passo, influisce sulla crescita dei vari Rossetti, Datome, Lechthaler, Vitali, D’Ercole, tutti giovani passati dalle sue mani nel momento in cui il settore giovanile della Mens Sana diventa il più forte d’Italia. Lui, Griccioli, vince però il suo primo titolo con una squadra tutt’altro che irresistibile: a Martina Franca, nel 2005, batte Varese sul filo di lana grazie ai muscoli ed ai gomiti di Duccio Benincasa (narra la leggenda che la pattuglia senese, ci sono anche Papi, Bianchi, Doretti ed altri, sia arrivata al palazzetto bella carica, ascoltando in pulmino a tutto volume la Marcia del Palio) e trovando in Micevic e Barozzi gli eroi di una giornata irripetibile. Suona la sirena, Griccioli invade il parquet e si inginocchia, solitario, nella metà campo opposta a quella dove festeggiano i suoi: estasiato e incredulo al tempo stesso, rimane in quella posa per attimi infiniti sotto l'opprimente cappa di caldo e umidità del giugno pugliese. Tutto intorno è un pullulare di t-shirts sudate e stropicciate, la sua fedele (immancabile) camicia d'ordinanza rimane invece ancora una volta intonsa, pulita e stirata come se appena tolta dall'armadio. Perché anche la forma è sostanza, del resto Giulio da piccolo sognava di fare il diplomatico.
Vince altri due scudetti giovanili, poi sceglie di camminare con le proprie gambe su strade lontane da quelle di casa. Lo chiama il vulcanico Nello Longobardi, patron di Scafati, col quale sboccia un feeling che altri allenatori, ben più esperti, non sono riusciti a creare: Griccioli resta al timone del quintetto campano ininterrottamente per 71 partite, un record nella storia del club, e in quei due anni rende il PalaMangano un fortino inespugnabile (31v 4p), guadagnandosi il titolo di miglior allenatore della LegaDue nel 2011 oltre a sfiorare la serie A nella primavera successiva. Un ottimo biglietto da visita che gli consente di risalire la Penisola e consolidarsi sulla panchina di Casale Monferrato nei due anni a venire per poi ritrovarsi, siamo già nel 2014, nel massimo campionato con la matricola Capo d’Orlando: c’è lo zampino della Mens Sana anche stavolta, perché i siciliani sono promossi d’ufficio in A dopo il crac della società biancoverde, un “assist” che intimamente non lo rende felice ma che Griccioli sfrutta a dovere, salvando l’Upea con quattro giornate di anticipo e mandando in paradiso una piccola comunità di neppure 15 mila abitanti.
Il resto è storia recente, con l’esonero del dicembre scorso che rappresenta una “miccia” da accendere, oggi, per se stesso e ancor più per l’ambiente nel quale torna a lavorare dopo sei anni. Del resto, sono parole di Griccioli, “c’è un fuoco che caratterizza tutti coloro che amano la Mens Sana, sono stato attratto da questa passione e non mi sono potuto tirare indietro”.
Matteo Tasso
(foto tratte dal profilo fb di Mens
Sana Basket 1871 e dal volume “A come Mens Sana”)